Il sogno di una biblioteca

Oggi ho pensato alla biblioteca che vorrei e che non ho. Vorrei una biblioteca grande, fornitissima, aperta fino a tardi, tutti i giorni (magari meno la domenica). La vorrei come servizio essenziale, come luogo d’incontro per i cittadini, per gli eventi. Come luogo per passare una serata a leggere, per fare una ricerca, per organizzare una lettura di poesia, una conferenza. Per guardare un film, anche in gruppo, per ascoltare la musica. Vorrei poterci anche mangiare.

Sarà un discorso facile, lo ammetto: eppure mi risulta difficile da digerire il fatto che nel 2012 il desiderio di una biblioteca così sia per lo più un sogno proibito. All’estero le biblioteche così ci sono: di Regno Unito e Germania posso testimoniare in prima persona. Una biblioteca di questo genere potrebbe essere il punto di partenza per tantissime opportunità di fare cultura a partire dalla comunità e nella comunità. Il punto di partenza per condividere il proprio tempo in modo diverso, per una volta fuori dalle logiche telecomandate dei centri commerciali.

Possibile che lo stato sociale debba sparire al punto che ci troviamo a dare per scontato che il centro della città sia invariabilmente terreno per gli squali della speculazione? Che ci debbano essere residenze e negozi di lusso per i ricchi che non sentono crisi, e mai luoghi di aggregazione per i cittadini, che magari vorrebbero uno spunto per ricominciare?

Gli usi della biblioteca che immagino io sarebbero moltissimi: corsi per tutti, di tutti i generi; corsi di lingua e cultura italiane per favorire l’integrazione degli extracomunitari; possibilità per tutte le associazioni culturali di avere spazi per organizzare i propri eventi; letture pubbliche, discussioni, forum. Una biblioteca di questo genere sarebbe un baluardo contro la disgregazione sociale che ci sta colpendo in maniera profonda e dolorosa ormai da chissà quanto tempo; sarebbe un germoglio per contrastare l’idea di una Città con un cuore in mano ai soli affari ed una triste e degradata periferia dormitorio. Saranno sogni, ma come ha scritto Daniel Pennac, se volete sognare davvero, svegliatevi.

homo videns…?

Siamo nell’epoca dell’Homo Videns: l’epoca del predominio dell’immagine che scorre veloce sulla parola scritta statica. Giustamente si è fatto notare (Sartori) come la capacità di pensiero astratto possa venire a soffrire da questo tipo di fruizione del contenuto. Molto sensato.

E’ anche vero però che il web sta offrendo nuovi contenuti con modalità inedite, e che sono tutt’altro che privi di interesse. Prendiamo il caso di Tumblr. Difficile dire che si tratti di uno scorrere insensato di immagini. Certo, chi non ha una cultura sua non trarrà grande beneficio da semplici immagini. Eppure, dopotutto, forse si ripropone la vecchia questione della televisione: è uno strumento come tanti altri, può essere di aiuto a chi ha un suo background ed una sua ricchezza.

Non credo che se tanta gente non legge libri sia per colpa di Internet. Sospetto invece che chi non li legge ora e passa innumerevoli ore a guardare lo scorrere delle immagini su Facebook sia lo stesso tipo di persona che avrebbe guardato ore ed ore di programmi insulsi alla televisione.

Si torna sempre inevitabilmente alla questione della scuola devastata, alla scomparsa dei luoghi di aggregazione sociale, alla possibilità di proposte che partendo dal basso creino nuovamente cultura ed interesse. Brontolare non serve. Occorre rimboccarsi le maniche. Un esempio concreto? Gli amici dello Scaffale Capovolto.

A chaotic stream of energy


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Qualche riflessione sul tema extracomunitari

Stavo pensando che per fortuna c’è già chi ha un punto di vista razionale ed anche umano sul cosiddetto “problema extracomunitari”. Senza passare dalla paura, senza il razzismo di chi li chiama “vucumprà”, senza il buonismo di chi si limita a sputare sentenze senza alcuna buona volontà. Io credo inanzitutto che, visto che gli extracomunitari sono esseri umani come noi, è naturale che molti di loro facciano scelte sbagliate nella povertà, nella solitudine e nella disperazione. E’ un fatto che sono tanti, tantissimi, e che la congiuntura economica e politica non è delle migliori. Ci sono però delle associazioni che hanno giustamente messo in risalto un nodo importante : abbiamo, nel nostro paese, tantissimi paesi che si stanno spopolando e stanno smettendo di essere veri centri abitati. Senza servizi, senza fermento di alcun tipo, sempre più deserti e tristi. C’è chi lavora, con tenacia e buona volontà, a questa idea: gli extracomunitari potrebbero essere la popolazione che ridarebbe linfa vitale a queste realtà. Questa mi sembra la strada migliore: un’integrazione possibile, costruttiva, senza paura di affrontare le difficoltà.

La mia inquietudine, in questo momento, deriva dal senso opprimente di paura e “morte etica” del nostro paese. C’è una specie di peste dell’anima che mi fa molto pensare a quello che dice Roberto Saviano. Ci sono una rassegnazione cupa ed un fatalismo segnato dalla paura e dal rancore che sembrano marcare il tempo di un nostro inarrestabile declino. Io credo però che questo declino non sia inarrestabile e che le valanghe comincino con piccole palle di neve. Faccio una proposta: la prossima volta che incontrate – ad esempio – un senegalese che vuole vendervi un accendino o dei fazzolettini, comprate qualcosa ma soprattutto parlate un poco con lui: è una persona come noi – non dovremmo neanche doverlo ripetere – e sicuramente apprezzerà molto il fatto che lo vediate come un altro essere umano e non come una seccatura o un semplice oggetto di compassione. Fatelo giorno dopo giorno e le cose andranno un poco meglio. Senza questo coraggio e questa paziente speranza non saremmo nemmeno umani.

Appunti di lavoro IT – prima puntata

Oggi voglio inziare una serie di post con riflessioni venute alla luce affrontando una situazione che fin troppo spesso capita a chi lavora nel ramo dell’informatica : sviluppare a partire da un’applicazione scritta male, anche malissimo, da altri. Scritta male può voler dire tante cose: poco e mal commentata, costruita su logiche non ottimali e contorte, piena di errori non facilmente rintracciabili, mancante di funzionalità essenziali eppure non facilmente integrabili. Nei casi più ardui, si ha un prodotto che è stato costruito nel peggiore dei modi, come un corpaccio con tre gambe e quattro braccia. Capita anche quasi sempre che non si abbia il tempo di riscrivere l’applicazione, ma ci si debba accontentare di aggiustarla un poco alla volta. Capita che gli srtumenti su cui ci si deve basare siano diventati obsoleti ma che non si possa cambiarli. Esiste un modo ottimale di affrontare tutto questo? Il mio progetto di questo periodo è quello di scoprire una risposta sensata a questa domanda. Sarebbe molto bello se si aprisse una discussione.

Il primo aspetto che voglio considerare può sembrare più superficiale di quanto non sia: quello “estetico”. Con aspetto “estetico” voglio indicare tutto quello che riguarda lo stile e l’abbondanza dei commenti, i nomi scelti per le variabili, le classi e le funzioni, ed il modo di impostare i messaggi all’utente e l’uso di una struttura di log. Inanzitutto i commenti sono sacrosanti : lo ripetono a più non posso tutti i libri di informatica, ed è un messaggio che continua a non passare. Servono soprattutto proprio per chi il codice lo ha scritto e lo deve rivedere, magari a mesi di distanza, col rischio molto concreto di non riconoscere più il suo stesso lavoro. I commenti devono essere frequenti ma non ossessivi e non devono esprimere verità lapalissiane (“int p; // definisco un intero”). Il tempo speso a scrivere, razionalizzare e pulire i commenti non è sprecato. Fin qui tutto noto. Cosa capita nella realtà? Finora ho trovato :

- frammenti estesi e complessi di codice senza alcun commento;
- commenti inutili che in alcuni casi aumentano persino la confusione;
- grandi stralci di codice ridotti a commento in una fase di “transizione” e poi mai eliminati.

Cominciando dai frammenti privi di commenti, la cosa che mi sembra giusta è fare un’analisi approfondita, capire il flusso del codice ed inserire i commenti che lo chiarificano. Così com’è, anche se è un’accozzaglia di istruzioni indegna del nome di codice: magari si riscriverà, magari si correggerà: ad ogni modo si aggiungono delle note utili. Un piccolo trucco che spesso ho trovato utile è usare delle sigle personali per distinguere i miei commenti dai pochi già presenti e poterli ritrovare con agio. Spesso metto anche una data, in modo da ricostruire l’ordine delle operazioni. Altra cosa : i commenti dovrebbero, se possibile essere scritti nel modo più sobrio e “scientifico” possibile, anche in inglese in base al contesto di utilizzo.

Commenti inutili: credo che possano essere eliminati senza alcun rimorso. L’importante è essere sicuri che siano davvero inutili: se da un lato pulire è bene, dall’altro non bisogna neanche farsi prendere la mano dalla sindrome del “seek and destroy”. Altrimenti si rischia di fare cose di cui poi ci si pente. Senza dimenticare che con un buon sistema di controllo versione (SVN) è sempre possibile ripararsi dalle catastrofi piccole e grandi. Bisogna anche essere onesti e riguardare i propri commenti: ci si può accorgere, a posteriori, che alcuni potrebbero essere riscritti o eliminati. I commenti sono parte integrante del codice, che dovrebbe essere una cosa “vivente”, in evoluzione, in crescita, perfettibile sempre.

Infine, cosa fare quando grossi stralci ridotti a commento sporcano il codice, lo rendono poco leggibile ma lasciano anche il sospetto di poter rivelare qualcosa di utile sulle intenzioni originali del programmatore? Ci si ritrova a chiedersi se eliminando questi blocchi di codice “dormienti” non ci si stia negando la possibilità, un domani, di avere uno strumento valido per riscrivere correttamente il codice in questione. Non ho risposte sicure a riguardo. Una prima soluzione potrebbe stare nel fare un archivio dei file originali con tutti i commenti intatti e di tenerne un semplice registro. Un’altra soluzione potrebbe consistere nello spostare i blocchi in questione in calce ai file di competenza, lasciando un semplice richiamo nei punti originali e marcando il posto in cui si trovavano prima di essere spostati.

Nella prossima discussione, vorrei occuparmi della questione dei nomi delle variabili, delle classi e delle funzioni. A presto.

Il cinema introvabile – 2

Sotto le onde (Pod vodoj) – URSS, 1972, b/n, drammatico

Vasilij, ufficiale di marina impiegato nel porto di una non meglio specificata città russa, conduce con la moglie Kseniya una vita tranquilla e priva di cambiamenti. Piccoli litigi, lunghi silenzi, visite frequenti al fumoso bar vicino casa dove tutti conoscono tutti. Intanto Kseniya ha iniziato una relazione con un piccolo commerciante del quartiere. Scoperta la tresca per caso, Vasilij lascia una lettera alla moglie ed abbandona la casa chiedendo di essere trasferito al servizio attivo su un sottomarino. Una sequenza di spezzoni volutamente frammentari ed incompiuti documenta la nuova vita di Vasilij: sbarchi in giro per il mondo, avventure occasionali con donne, momenti di tensione, liti tra i marinai. Splendida la scena della partita a scacchi giocata col comandante mentre il sottomarino è bloccato dai ghiacci. Trascorsi molti anni, il protagonista torna alla città natale e scopre che Kseniya è morta per un tumore due anni dopo la sua partenza.

Film volutamente asciutto, che non cede quasi mai al melodramma ma possiede dei momenti di rara forza. Le sequenze notturne, in cui il protagonista passeggia per le vie della città, lentamente, sotto la luce dei lampioni, sono particolarmente intense. Si ritrovano, citate, nello splendido Werckmeister harmoniàk dell’ungherese Bèla Tarr. La storia, dall’inizio alla fine, è un presentarsi di domande pressanti che non trovano alcuna risposta, un dramma esistenziale che non concede alcuna soluzione rassicurante. La narrazione dei viaggi per mare del protagonista segue uno stile assolutamente inedito e certamente in anticipo sui tempi: mette in risalto una percepita non-continuità del tempo, uno spezzarsi continuo dell’esistenza (come nel Memento di Nolan). Un film forse non perfetto, che vale comunque la pena di vedere, e che non mancherà di dare soddisfazione agli appassionati.

L’amico dei forconi

Pubblico molto volentieri il link al blog del mio amico Luciano Zaami, che vive in Sicilia (a Caltanissetta) ed ha scritto alcune riflessioni interessanti sul cosiddetto movimento dei forconi.

L’eredità dei forconi

Un’occasione per riflettere, senza dubbio. Per farsi tante domande sulla politica e sul ruolo del giornalismo. Per cercare di capire cosa può significare, in Sicilia, cercare di scendere in campo davvero per cambiare le cose. Anche rischiando errori e fallimenti, perché da qualche parte si deve pur ricominciare, se non si vuole restare schiavi dell’immagine gattopardesca della Sicilia.

Dorothea Lasky

Dorothea Lasky è una giovane poetessa statunitense. Giacomo Cerrai, su Imperfetta Ellisse, ha proposto una sua traduzione di una delle sue poesie. Ho trovato belle ed interessanti sia la poesia sia la traduzione di Giacomo. Ve le propongo :

Dorothea Lasky – Ars Poetica

Volevo dire all’aiuto veterinario di quel video del gatto che Jason mi ha mandato
Ma ho resistito per paura lo trovasse strano
Sono davvero solitaria
Ieri il mio ragazzo mi ha chiamato, di nuovo sbronzo
E in mezzo a squillanti lacrime e un che di appiccicoso
Mi ha urlato contro con una tale amarezza
Come non avevo sentito prima da altri umani
E mi ha detto che non ero brava
Be’ magari lui non voleva dire quello
Ma è quello che ho sentito
Quando mi ha detto che la mia vita non valeva niente
E il mio lavoro della vita un lavoro da elite.
Io dico che voglio salvare il mondo ma in realtà
Voglio scrivere poesie tutto il giorno
Voglio alzarmi, scrivere poesie, andare a dormire,
Scrivere poesie durante il sonno
Fare dei miei sogni poesie
Fare del mio corpo una poesia con magnifiche vesti
Voglio che la mia faccia sia un poema
Ho appena imparato come mettere
La matita agli angoli degli occhi per farmeli più grandi
C’è sempre in me un romantico abbandono
Voglio sentire il timore per gli altri
E lo posso sentire attraverso il canto
Solo attraverso il canto posso sommare in poche così tante parole
Come quando lui dice che io non sono brava
Io non sono brava
La bontà non è più il punto
Tenersi stretti alle cose
Ecco questo è il punto

Ed ecco il testo originale:

I wanted to tell the veterinary assistant about the cat video Jason sent me
But I resisted for fear she’d think it strange
I am very lonely
Yesterday my boyfriend called me, drunk again
And interspersed between ringing tears and clinginess
He screamed at me with a kind of bitterness
No other human had before to my ears
And told me that I was no good
Well maybe he didn’t mean that
But that is what I heard
When he told me my life was not worthwhile
And my life’s work the work of the elite.
I say I want to save the world but really
I want to write poems all day
I want to rise, write poems, go to sleep,
Write poems in my sleep
Make my dreams poems
Make my body a poem with beautiful clothes
I want my face to be a poem
I have just learned how to apply
Eyeliner to the corners of my eyes to make them appear wide
There is a romantic abandon in me always
I want to feel the dread for others
I can feel it through song
Only through song am I able to sum up so many words into a few
Like when he said I am no good
I am no good
Goodness is not the point anymore
Holding on to things
Now that’s the point

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Il cinema introvabile – 1

Dans l’espace d’un matin – Svezia 1966, b/n, drammatico/surreale.

In un paese non meglio precisato d’Europa, in un futuro non troppo remoto, si consuma il crollo della civiltà occidentale. Protagonista della storia Winston, un giovane funzionario di un inquietante Ministero della Cultura e della Televisione, con fini marcatamente propagandistici. Winston crede fermamente nelle bugie che con l’aiuto della sua donna, Julia, una docente universitaria, confeziona in spot rassicuranti. Il mondo e la realtà però bussano alla porta con violenza. Il castello di carta di una civiltà ormai morta crollerà repentinamente: Winston e Julia, rifugiatisi nel Ministero, vedranno la città avvampare e cadere preda della violenza e del caos.

Opera prima di un regista svedese non accreditato, questo film dallo stile marcatamente surreale non risparmia gli ammiccamenti al “1984″ di George Orwell. L’impostazione è tuttavia decisamente diversa: più che un incubo totalitario, i protagonisti vivono una triste quanto comoda illusione di civiltà e sviluppo. Interessante la colonna sonora, composta dai grotteschi gingle dei messaggi televisi del ministero: mentre il dramma si avvia accelerando alla sua fatale conclusione, il senso del tragico aumenta di pari passo a quello del grottesco. Ottime le interpretazioni degli attori. Particolarmente intense le scene in cui i protagonisti raccontano l’un l’altra i propri sogni – messi in scena dal regista – mescolando paure, speranze ed illusioni.